Militarismo giapponese · Parte I di III
I semi del militarismo giapponese: come l'Epoca Meiji ha preparato la guerra
Scopri come le riforme dell'Epoca Meiji (1868-1912), dalla Costituzione del 1889 alla leva obbligatoria, hanno gettato le basi per l'ascesa del militarismo in Giappone.
di Elia Giolli6 min di lettura4 fonti

Introduzione: il paradosso della modernizzazione giapponese
Quando si analizza la storia del Giappone del Novecento e la sua tragica deriva autoritaria culminata nella Seconda Guerra Mondiale, si tende spesso a considerare il militarismo degli anni ’30 come una parentesi improvvisa, una “deviazione” o un colpo di mano orchestrato da generali fanatici. La storiografia contemporanea mostra tuttavia un quadro assai più complesso.
Per comprendere perché il Giappone è diventato uno Stato militarista e ultra-nazionalista, non basta analizzare gli anni tra le due guerre. Bisogna tornare alle origini dello Stato moderno: la Restaurazione Meiji (1868)1.
Per evitare di trasformarsi in una colonia delle potenze occidentali — che già controllavano gran parte dell’Asia — la nuova classe dirigente giapponese avviò una corsa contro il tempo per modernizzare il Paese. Questa trasformazione, spesso celebrata come un miracolo economico e sociale, racchiudeva in sé una profonda contraddizione: per proteggere la propria indipendenza, il Giappone costruì una struttura statale in cui le forze armate occupavano un ruolo centrale e privilegiato.
1. Il motto Fukoku Kyōhei: convertire un Paese alla difesa
Nel 1868, l’abolizione dello shogunato Tokugawa mise fine a oltre due secoli di isolamento feudale (sakoku). Il nuovo governo guidato dal giovane Imperatore Meiji smantellò rapidamente i domini feudali (han) e aboli il vecchio sistema delle caste, eliminando i privilegi d’élite della casta dei samurai.
L’intera riorganizzazione dello Stato si sviluppò attorno a un imperativo strategico fondamentale: Fukoku Kyōhei, ovvero “Paese ricco, esercito forte”.
L’industrializzazione, la creazione delle prime reti ferroviarie, le comunicazioni telegrafiche e lo sviluppo dell’industria pesante non vennero pensati soltanto per il benessere civile, ma con una precisa finalità bellica e difensiva. Per sostenere questa visione serviva un esercito moderno e centralizzato.
La fine dei samurai e la nascita dell’esercito di massa
Nel 1873 venne promulgato il Decreto sulla leva obbligatoria, che imponeva tre anni di servizio militare a tutti i cittadini maschi al compimento dei vent’anni, a prescindere dal ceto d’origine.
La misura scatenò l’opposizione della vecchia aristocrazia guerriera, che vedeva sottratto il proprio secolare monopolio delle armi. La tensione sfociò nella Ribellione di Satsuma del 1877, guidata dal celebre Saigō Takamori. Lo scontro rappresentò il test decisivo per il nuovo governo: un esercito coscritto composto da contadini e mercanti, equipaggiato con armi da fuoco moderne, annientò l’ultima insurrezione dei samurai.
Lo Stato centralizzato aveva vinto, dimostrando l’efficacia del nuovo modello militare.
2. Il “vizio di forma” della Costituzione Meiji del 1889
Uno degli snodi più rilevanti per comprendere la futura caduta della democrazia giapponese risiede nell’architettura istituzionale definita con la Costituzione Meiji del 1889.
Concepita sotto la guida di Itō Hirobumi e modellata sul sistema prussiano, la Carta conferiva al Giappone l’aspetto di una monarchia costituzionale moderna, con un Parlamento (Dieta Imperiale) composto da una Camera dei Rappresentanti e una Camera dei Pari. Tuttavia, l’impianto celava una grave falla strutturale.
[ IMPERATORE MEIJI ]
(Sacro e Inviolabile)
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+------------+------------+
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v v
[ GOVERNO CIVILE ] [ STATO MAGGIORE MILITARE ]
(Primo Ministro) (Esercito e Marina)
Questa separazione istituzionale rese possibile una progressiva autonomia delle forze armate rispetto agli organi civili dello Stato.
L’autonomia delle forze armate (Tōsuiken)
L’Articolo 11 della Costituzione stabiliva che il comando supremo dell’Esercito e della Marina spettava esclusivamente all’Imperatore, scindendo le forze armate dal controllo del governo civile.
Di fatto, lo Stato Maggiore dell’Esercito e quello della Marina non rispondevano né al Primo Ministro né al Parlamento. Rispondevano soltanto alla figura sacra del sovrano. Si creò così uno “Stato nello Stato”, privo di veri meccanismi di controllo civile sull’operato dei militari.
Il meccanismo di ricatto: il “Ministro in servizio attivo”
A rafforzare il potere delle forze armate contribuì la norma secondo cui i Ministri della Guerra e della Marina potevano essere scelti unicamente tra i generali e gli ammiragli in servizio attivo.
Se l’Esercito o la Marina non condividevano la linea di un esecutivo, era sufficiente che il ministro militare rassegnasse le dimissioni o che lo Stato Maggiore si rifiutasse di nominarne uno nuovo. Senza un Ministro della Guerra, il governo civile non poteva insediarsi o cadeva automaticamente. Questo meccanismo garantì ai vertici militari un vero e proprio potere di veto politico.
3. Indottrinare la nazione: scuola, Bushidō e Shinto di Stato
La militarizzazione del Giappone non fu solo un processo istituzionale, ma anche culturale e sociale. Per mantenere coeso un Paese in rapida trasformazione, le élite Meiji costruirono una nuova identità nazionale imperniata sulla figura del sovrano.
Il Rescritto Imperiale sull’Educazione (1890)
Rilasciato nel 1890, il Rescritto Imperiale sull’Educazione (Kyōiku Chokugo) divenne il documento fondamentale del sistema scolastico giapponese. Ogni mattina gli studenti erano tenuti a recitarne i passaggi e a mostrare rispetto di fronte ai ritratti dell’Imperatore e dell’Imperatrice.
Il testo fondeva i valori confuciani tradizionali con una lealtà assoluta allo Stato, insegnando che il dovere supremo di ogni cittadino era sacrificarsi per la patria e per la casa imperiale in caso di emergenza nazionale.
Valori confuciani tradizionali + lealtà assoluta all’Imperatore = disciplina statale e spirito di sacrificio
Il Kokutai e lo Shinto di Stato
Attraverso la separazione del Buddismo dallo Shinto, lo Stato istituzionalizzò quest’ultimo come religione di Stato. L’Imperatore venne elevato a discendente diretto della dea del sole Amaterasu, figura divina (Arahitogami) e padre spirituale della “famiglia-nazione” (Kokutai).
Contemporaneamente, l’antico codice d’onore dei samurai, il Bushidō, venne rielaborato e democratizzato: l’etica della lealtà cieca e della disponibilità alla morte al servizio del proprio signore feudal-militare fu estesa a tutti i giovani coscritti dell’esercito di massa.
4. L’imperialismo “paga”: le prime vittorie militari
Le scelte strategiche dell’Epoca Meiji trovarono la loro definitiva consacrazione nei successi di politica estera tra il 1894 e il 1905.
Dopo l’assimilazione delle popolazioni autoctone Ainu in Hokkaido e l’annessione del Regno delle Ryūkyū (l’attuale prefettura di Okinawa), il Giappone iniziò a proiettare la propria potenza sul continente asiatico.
La Prima Guerra Sino-Giapponese (1894-1895)
Il Giappone sconfisse nettamente l’Impero Qing per il controllo della Corea, ottenendo l’isola di Taiwan e la concessione di importanti diritti commerciali. Per la prima volta, la modernizzazione militare dimostrava sul campo la propria efficacia.
La Guerra Russo-Giapponese (1904-1905)
La vittoria contro l’Impero Tsarista segnò un momento storico: per la prima volta in epoca moderna, una potenza asiatica sconfiggeva una grande potenza europea.
Queste vittorie consolidarono nell’opinione pubblica l’idea che l’espansione territoriale e il rafforzamento militare fossero gli unici strumenti in grado di garantire il rispetto delle potenze occidentali e la sicurezza economica del Paese.
Conclusione: l’eredità dell’Epoca Meiji
Alla morte dell’Imperatore Meiji nel 1912, il Giappone era riuscito nel suo intento primario: aveva evitato la colonizzazione, abolito i trattati diseguali impostigli a metà Ottocento ed era diventato una potenza coloniale riconosciuta a livello internazionale.
Tuttavia, il prezzo di questa trasformazione fu altissimo. Il Paese si affacciava al Novecento con un’architettura costituzionale sbilanciata a favore delle forze armate, una popolazione educata all’obbedienza statale e un’economia fortemente dipendente dall’espansione coloniale.
Quando negli anni ’20 e ’30 la crisi economica globale e le tensioni sociali travolgeranno l’esperimento democratico del periodo Taishō, i militari non dovranno fare altro che utilizzare gli strumenti istituzionali e ideologici che la Restaurazione Meiji aveva preparato per loro cinquant’anni prima.
Nel prossimo articolo: analizzeremo la breve e fragile parentesi della Democrazia Taishō, e vedremo come l’impatto devastante della Grande Depressione del 1929 farà crollare le istituzioni civili, spianando la strada all’occupazione autonoma della Manciuria da parte dell’Esercito.
Fonti
Riferimenti storiografici su cui si appoggia la ricostruzione.
- 1W. G. Beasley, The Meiji Restoration, Stanford University Press, Stanford 1972.
- 2Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2000.
- 3Andrew Gordon, A Modern History of Japan: From Tokugawa Times to the Present, Oxford University Press, New York 2003.
- 4Andrea Revelant, Il Giappone moderno: dall'Ottocento al 1945, Einaudi, Torino 2018.